Non capivo le donne – un ricordo personale

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I miei primi piedi li ho leccati al cinema e lei si chiamava Erica (sì, con la ci, credo e non con la kappa), faceva l’infermiera e i nostri incontri li calibravamo sui suoi turni. Lì appresi che un’infermiera fa il turno la mattina, il giorno dopo il pomeriggio-sera, poi fa il turno di notte e il giorno dopo compensa dormendo, stando a casa e andando in giro in cerca di amore, se non è troppo presa dal lavoro e fa l’amore solo in ospedale. Erano i primi anni ‘0 e oramai gli anfibi non andavano per la maggiore ma lei ce li aveva, era grunge e basta. Toglierseli non era una cosa immediata, non sarebbe stato facile, pensavo mentre camminavo con lei. Ci scherzavamo da un po’. Giorni prima il nostro rapporto di amicizia aveva superato la soglia e per telefono ci stuzzicavamo a vicenda. Cosa ti farei… tutto ti farei, chiaro, ma io ti leccherei i piedi a fondo e per molto. Non me li hanno mai leccati i piedi. Ma come è possibile che non te li hanno mai leccati? Beh non essere così indignato, non è che piaccia a tutti farlo. Limoniamo alla grande aspettando la funivia che ci riporta a Bergamo bassa o forse la cabina mica la aspettavamo, non ci pensavamo proprio. Era ancora inverno ma c’era il sole, eccome se lo ricordo. Intorno dei vecchietti in gita o in giro e che bello farlo con loro, che bello se si indignano o se guardano invidiosi, che poi è sempre vero entrambe le cose. Io però avevo tralasciato il fatto che a vent’anni compiuti non avevo mai baciato una donna e quella si deduce facilmente che era la prima volta. I vecchietti non l’hanno capito e Erica nemmeno, perché  fianco a fianco le dico ora ti bacio e lei no, dai. E invece sì ti bacio, prima sulla fronte e sulle guance poi appena sfioro la bocca questa si spalanca e la lingua sa fare tutto lei lì. E’ così’ naturale, bello e semplice che era la prima volta ma è davvero anche la più bella. Come baci bene, mi dice. Facciamo ancora un giro bergamasco e a sera c’è il cinema in un multisala dei dintorni. Tanto lo sappiamo che siamo lì per limonare e appena cala il buio questo facciamo. Sei tu a farlo, Erica: ti togli le scarpe, mi guardi col sorriso e mi dici: me li massaggi? Io mica ancora le capivo bene le donne. Quando se li era tolti nemmeno avevo visto e ora avevo i suoi piedi con i calzini neri nelle mie mani. Li accarezzo ma non capisco le donne, quindi ci metto molti e molti minuti a prendere il coraggio di spogliarli. Lo smalto è nero e mi piace da morire. I piedi sono morbidi e come lei è un po’ in carne anche quelli sono carnosi. In filo in bocca l’alluce ammattito dal desiderio e sento che la pelle è dolce e morbida. Ciuccio e poi lecco tutto il piede e l’altro. Che fai? sei matto? qui? E vado avanti ma poi di nuovo: smettila, mi dice. E smetto, perché le donne non le capivo, non le capivo alla grande. Usciamo e in macchina mi limona lei questa volta, mi infila la mia mano nelle sue mutande e la tocco ed è bagnata zuppa e lo dico a lei, che mi guarda con gli occhi perfino lacrimosi, così, belli così, e mi fa: ma perché hai smesso di leccarmi i piedi? Già, perché, che ancora sogno di essere lì e continuare.

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“Il giardino delle parole” o l’eterna adolescenza dei piedi

Con Il giardino delle parole (2013) Makoto Shinkai ci ha regalato un’animazione pregevolissima per diversi aspetti, a cominciare da una perfezione del disegno estesa ai minimi particolari e spesa non per gusto del virtuosismo, ma per esprimere un sentimento della natura degno del miglior Miyazaki. Il contenuto tuttavia non è di meno e in questo film l’artista giapponese riesce a sviluppare una storia molto coinvolgente, per quanto difficile e addirittura “torbida”. Coinvolgente credo per tutti e ancora di più però per chi ha una sensibilità feticista. I piedi femminili sono infatti i grandi protagonisti del film, pur non essendo una storia sulla loro ossessione. Le estremità diventano simbolo di un modo di essere, di una delicatezza, di una fragilità che ha a che fare con l’incertezza dell’adolescenza, di un’adolescenza da affrontare o che non passa mai, in fondo. E le scarpe  sono quella protezione che deve farsi, come una corazza gentile, perché possa nascere il desiderio di “camminare sempre”.

Scena de "Il giardino delle parole"
“Il giardino delle parole”

Il personaggio principale, Takao, è un quindicenne anomalo, lasciato a se stesso, che un po’ frequenta e un po’ salta la scuola, per dedicarsi uno spazio tutto suo di sogno. La sua ambizione è diventare un artigiano capace di creare scarpe  – per piedi femminili, of course… – e in un delizioso giardino finalmente incontra la sua musa. Una donna (ma molto ragazza) di 27 anni con cui, ogni volta che piove, inizia a lasciarsi andare e a confidare i propri sogni. Lei, Yukari Yukino, lo incoraggia al suo particolare sogno artistico disinvoltamente, offrendo i suoi piedini… finché un giorno Takao scopre che Yukari è un’insegnante della sua stessa scuola, sospesasi dopo che si sono diffuse voci (false, oppure no, comunque non del tutto infondante, forse solo esagerate malignamente) che riguarderebbero un suo particolare legame con uno studente…

"Il giardino delle parole"
“Il giardino delle parole”

Una scena finale, di grandissimo impatto emotivo e meravigliosamente intensa, pone i due di fronte senza riserve e protezioni. Lo spettatore non è portato a pensare un happy end, alla realizzazione di una storia d’amore impossibile. L’insegnante non ha fatto altro che confessare il proprio disagio, la propria adolescenza, a un altro adolescente e confessa che egli le è stato necessario, come ragione di vita, per andare avanti e affrontare quel tremendo periodo di sospensione. Facile pensare che non si incontreranno più, ma ecco riconosciuta la sacralità di quei momenti. E sono i piedi di Yukari Yukino il simbolo di tutto ciò, che ora, nella scena finale, si mostrano, più che mai, nudi, bagnati, indifesi, eternamente adolescenti.
Non esagero dicendo che sia la più bella storia, mai vista o letta,  raccontata con una sensibilità feticista.

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La sei dita di Marilyn

Da “la Repubblica” del 7 settembre 1991:

MARILYN MONROE IL MITO AVEVA SEI DITA

LONDRA – Il suo piede sinistro: Marilyn Monroe, magnifica preda dell’immaginario maschile, non era perfetta, e aveva, nelle sue forme da Venere, un difetto piccolo ma curioso. Era nata con sei dita a un piede. E tutto sommato si è trattato del segreto meglio conservato del mondo del cinema, insieme a quello della vera età della divina Greta Garbo. La rivelazione arriva dal popolarissimo quotidiano britannico “Daily Mirror”, re del ‘ gossip’ internazionale. Insomma il grande mito di celluloide, che col suo sorriso, e non solo, ha stregato generazioni intere di uomini, aveva una piccola malformazione, con la quale però aveva trovato il modo di convivere. E Marilyn stessa avrebbe detto che con la cosa si poteva sopravvivere, e anzi aveva imparato bene a celare quella piccola anomalia, tanto più che “difficilmente gli uomini guardavano più in giù delle sue ginocchia”. Una volta raggiunta la celebrità Marilyn ha però deciso di intervenire. Ed è stato sufficiente un piccolo intervento chirurgico per eliminare del tutto l’ inestetismo, che comunque non sembrava affliggerla affatto.

6toes_picLe leggende metropolitane sono dure a morire se anche “Repubblica” – un po’ di anni fa – dava per assodato qualcosa che vero non è mai stato, molto probabilmente… C’è da chiedersi inoltre quale scoop potesse mai essere quello del “Daily Mirror”, dato che la diceria non nasce dal tabloid inglese. Infatti è da alcune fotografie di Joseph Jasgur pubblicate nel 1946 che si originò il mito che Marilyn avesse sei dita per ogni piede. Due delle fotografie, pubblicate in The Birth of Marilyn: The Lost Photographs of Norma Jeane, possono farlo pensare, ma sembra che sia effetto della luce. Poiché non esistono altre prove in merito, la storia è comunemente considerata infondata ed è da archiviare nel cassetto dei miti urbani, al pari della non morte di Michael Jackson e del noto tormentone Paul (McCartney) is deadQui a sinistra potete visionare una delle foto incriminate, realizzate da Joseph Jasgur il 18 marzo 1946, a Zuma Beach in California. L’effetto del sesto dito si deve a una macchia causata dalla sabbia sul piedino della divina Marilyn. Che si tratti di una mera illusione ottica lo documentano altre foto, molto famose, scattate dallo stesso Joseph pochi giorni dopo, il 23 marzo (qui sotto).

Fu sempre Joseph Jasgur, quando pubblicò il libro citato, ad affermare mendacemente: “Norma Jeane [il nome anagrafico di Marilyn] aveva sei dita e posso dimostrarlo con questa immagine alle pagine 72 e 732″. Peccato che un’infinità di immagini possano dimostrare il contrario, come quelle scattate a una Monroe bambina.

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Il feticismo dei piedi nella “Psychopathia sexualis”

Riteniamo che il feticismo sia un aspetto troppo ampio, complesso, e soprattutto umano, per essere rilegato alla psicologia e in particolar modo alla psicopatologia (sessuale). Si tratta di un’universale espressione e significazione  che riguarda tutti i campi; il feticismo dei piedi è una sua espressione nella sessualità, centratasi su una parte molto significativa del corpo umano.
Questi brevi cenni sull’universo stanno a difendere un feticismo dei piedi che non debba necessariamente e per lo più rientrare nelle forme di patologia sessuale (benché appunto possano esistere comportamenti di tipo feticistico che hanno per oggetto i piedi e creano problemi a chi li vive). E ci sembra una necessaria premessa non solo generale per questo blog, che parla di feticismo dei piedi con orgogliosa rivendicazione dell’espressione, ma anche in merito a quanto stiamo per dire nel presente post. Che ha per oggetto un po’ di citazioni dal manuale classico consultato da psichiatrici, psicologi, medici e giudici: la Psychopathia sexualis di Kraft-Ebing. Per la prima volta pubblicato nel 1866 – col sottotitolo “con Speciale Riferimento all’Istinto Sessuale di Carattere Contrario: Uno Studio Medico-Forense” –, è stato per anni e anni, fino ancora a poco tempo fa, il “testo unico” in materia, e  ha comunque influenzato tutti i successivi studi, se non altro perché ha coniato molti termini (tra cui sadismo e masochismo) tuttora usati dagli stessi felici e soddisfatti praticanti.feeeeet

Precisiamo che purtroppo non c’è stato possibile, finora, consultare la prima edizione o quelle immediatamente successive: abbiamo tra le mani l’edizione di Pgreco (Milano 2011), che riprende a sua volta un’edizione italiana della metà degli anni sessanta che aveva rielaborato l’originale completandolo con riferimenti medico-legali al diritto italiano.
Dato il taglio dell’opera, la trattazione generale e i casi presentati non possono ovviamente non essere quelli patologici, ma va a merito del Kraft-Ebing fare una significativa distinzione all’inizio della sua esposizione della voce “Feticismo di parti del corpo”:

Come nella vita normale l’occhio, i capelli, la mano, il piede, talora anche il seno della donna diventano feticci, così non è raro che le stesse parti del corpo si presentino come oggetto di feticismo patologico. Questo risulta dal concentrarsi dell’interesse sessuale esclusivamente su tali parti del corpo, accanto alle quali scompare tutto il resto onde risulta la donna e questa perde ogni altro valore sessuale.

Le righe sono molte chiare: c’è un feticcio che è parte integrante della sessualità (ma morigerata e non libidinosa…) e non dà adito a comportamenti patologici, e c’è poi una ossessione esclusiva e totalizzante, da riferire alla patologia. Un passo dunque illuminato, all’interno di un’opera che certo non pecca di trasgressività, anzi.
La casistica successiva che egli espone, infatti, e che riguarda casi di feticismo dei piedi,  oggi difficilmente apparirebbe patologica e ci fa presente i canoni molto rigidi a cui si attiene Kraft-Ebing. Ma ancora prima egli abbozza un interessante confronto tra feticismo delle mani e dei guanti, da una parte, e feticismo dei piedi e delle scarpe, dall’altra:

Manifestazioni di civiltà, tradizione, motivi estetici, ecc., hanno spesso una parte preponderante nel suggerire le cure per le mani e i piedi che questi individui pervertiti vorrebbero far dipendere da patologie sessuali. Accanto ai feticisti della mano sono da considerare i feticisti del piedi. Soltanto, mentre il feticismo della mano è sostituito raramente dal feticismo del guanto, appartenente alla categoria più ampia del feticismo per cose, si trova molto spesso il feticismo delle scarpe e degli stivali in luogo di quello del piede. Il motivo si intuisce facilmente. Il bambino vede la mano della dona per lo più a nudo, mentre il piede vede per lo più calzato. Per questo le associazioni, onde si determina nei feticisti la tendenza caratteristica della loro sessualità, si riconnettono alla mano nuda e al piede, invece calzato. In ogni caso questa spiegazione vale per gli individui cresciuti in città e spiega senz’altro la rarità del feticismo del piede. Faccio astrazione dal masochismo larvato nella forma della coprolagnia in cui il fascino feticistico è esercitato non dal piede pulito, ma dall’opposto.

kick_it_off_by_artistic_feetNon passi inosservato, comunque, l’attacco nelle prime righe: ok decantare la bellezza estetica dei piedi femminili, ma i pervertiti libdinosi si sbagliano se credono che la cura femminile per le estremità abbia un messaggio sessuale… In questo passo Kraft-Ebing esprime soprattutto però la convinzione che, come nel feticismo riferito alle estremità degli arti superiori la passione per le mani sia preponderante statisticamente rispetto al fascino dei guanti,  così per il feticismo riferito alle estremità degli arti inferiori la passione per le scarpe sia più diffusa di quella per i piedi nudi. Delinea così un chiasmo che è tuttavia discutibile, soprattutto quando parla di “rarità del feticismo del piede”, statisticamente criticabile, a meno che non si prenda il feticismo delle scarpe nell’accezione più ampia. Infatti, se sommassimo l’attrazione delle sensuali scarpe femminili provata dagli uomini alla passione delle donne per le loro calzature, sarebbe certamente così. Ma Kraft-Ebing sta chiaramente parlando della sessualità maschile.
Quanto egli afferma sembra andare contro la convinzione al quanto comune che è il nascosto, il sottratto, il velato, ad attirare l’attrazione sessuale. Kraft-Ebing invece ritiene che le fissazioni feticistiche si creino nel bambino per diretta esperienza visiva: dunque il feticismo dei guanti è un derivato perché essi sono indossati più raramente, mentre le scarpe sono portate per la maggior parte del tempo, e dunque le scarpe sono più osservate e attraenti dei piedi. Ma forse sarebbe più significativo riprendere un confronto pene-vagina/piede-scarpa, e come sesso maschile e senso femminile sono complementari, così può essere per scarpa e piede nel feticismo, senza dover sentire la necessità di stabilire una predominanza e una derivazione tra di loro.

Ad ogni modo, appare invece pertinente il richiamo al masochismo, che già riterrei presente in forma delicata nello stesso feticismo dei piedi, ma che egli ritiene all’opera nella forma di ciò che definisce “coprolagnia” (la pratica di sporcare parti del corpo che divengono così estremamente eccitante, come avviene per i più estremi pissing escatting), ovvero il cosiddetto dirty foot fetish.
Non è possibile rintracciare in Kraft-Ebing una teoria generale su feticismo e sul feticismo dei piedi, ancora meno una teoria eziologica. Tenendo conto, però, dei casi patologi da lui raccontati, a prima vista porebbe sembrare che propenda per un accostamento del feticismo dei piedi a una forma di omossessualità repressa. Una posizione, cioè, vicina a quella che poi sarà di Freud, che, in Tre saggi sulla teoria sessuale (1905),  fa risalire il feticismo del piede a una compensazione immaginativa del pene, evirato nella donna (succhiare il piede a una donna è, insomma, succhiarle l’unico pene possibile, il feticista del piede femminile è un omosessuale che si sfoga per come gli è possibile con la donna). Teoria sulla quale si avrebbe molto da ridire, e non sulla pertinente, a mio avviso, comparazione tra il piede e il fallo, e la funzione (ludica) del fallo-piede per la donna, ma sul dover a tutti i costi delineare la repressione patologica di una presunta omossessualitè, frutto di una fallità evoluzione dello sviluppo sessuale infantile… teoria le cui premesse non si trovano in Kraft-Ebing (ma Freud ha letto con ammirazione le sue pagine sul feticismo). Nel caso da lui ritenuto patologico che qui citiamo, infatti, nelle righe finali parla di un “feticismo dei piedi originario” e di un'”omossessualità tardiva” e non latente e originaria nel feticismo:

Caso 144. – Feticismo del piede. Omosessualità tardiva. X., funzionario, 29 anni, di madre neuropatica e padre diabetico. Psichicamente ben dotato, di temperamento nervoso […]. Ricorda con certezza che già all’età di 6 anni la vista di donne a piedi nudi lo eccitava sessualmente e gli provocava lo stimolo ad inseguirle o ad essere presente al loro lavoro. All’età di 14 anni si insinuò, una volta, di notte, nella camera di sua sorella che dormiva, e ne abbraccio e ne baciò i piedi. Già ad 8 nni imparava da solo a masturbarsi, compiendo l’atto mentre immaginava piedi femminili nudi. A 16 anni portava spesso in letto con sé scarpe e calze di donne di servizio, e quindi manipolandole si eccitava sessualmente e si masturbava.  A 18 anni il libidinoso X. cominciò ad avere rapporti sessuali con ragazze. Era perfettamente potente. Il coito lo soddisfaceva, e il suo feticcio non aveva parte alcuna in tali rapporti sessuali. Non sentiva la minimina inclinazione sessuale per persone di sesso maschile, e i piedi maschili non lo interessavano in alcun modo.
A partire dall’età di 24 anni si produsse in lui un cambiamento nella sensibilità sessuale e nello stato di salute. L’individuo divenne nevrastenico e cominciò a provare inclinzazione sessuale per l’uomo. […] Soleva masturbare uomini, riceverne il pene in bocca e baciar loro i piedi […].
Epicrisi
: Feticismo dei piedi, originario. Omosessualità tardiva, con trasposizione dei complessi associativi legati al citato feticismo dall’eterosessualità all’omossesualità.
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Paolo Conte: musica per i vostri piedi, madame

“C’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu”… è fantastico che un cantautore come Paolo Conte, capace di un verso simile, con  canzoni così ricche di immagini, istantanee, sapori, impressioni… abbia per i piedi delle donne un’attenzione tutta particolare – e impregnata del suo stile.
Il pensiero si dirige immediatamente a un suo vero manifesto:  Happy Feet. La canzone appare per la prima volta nell’album Parole d’amore scritte a macchina (1990, si segnala una copertina di Hugo Pratt). C’è una descrizione poco empatica di Roberto Caselli nel suo Paolo Conte (Editori Riuniti, Roma 2002):

Happy feet. Conte lancia il suo piano in un inusuale arrangiamento per tessere l’elogio dei piedi di una signora. E’ l’ennesima follia dell’artista che ogni tanto vira verso l’effimero e in esso cerca di perdersi. Bello l’interloquire delle voci e la scioltezza stilistica sciorinata dal maestro.

Un po’ come per il narratore dell’insana passione maschile che aleggia intorno  ai Piedi di Fanchette (Restif de la Bretonne), anche qui l’amore dichiarato per i piedi di una donna è associato alla “follia” e a un perdersi per l'”effimero”.
Ma questa canzone per Conte non costituisce una stravaganza, semmai l’esplicitazione allegra di una passione costantemente accennata in bellissimi passaggi seminati in altri testi.
Ci si domanda in Elisir (Una faccia in prestito, 1995):

C’è qualcuno tra voi che sappia suonare una danza vertigine, un ballo frin frun
Che tolga le scarpe e le calze alle femmine?

E quale feticista non ha mai amato questo fare così femminile appassionato? quelle meravigliose creature che lasciandosi prendere da una musica, da un ritmo, tolgono scarpe e calze, e a piedi nudi si fanno mirare nei loro passi (Salomè, danza per me!). 
Mai nessuno che abbia amato, lo sai
I miei piedi, mai nessuno, lo sai
Footie, footie…
Vedi, il cuore e i piedi, proprio così,
Sono i primi che si stancano, sì
“Il cuore e i piedi”, canta malinconica una ballerina in Ho ballato di tutto (ancora in Parole d’amore scritte a macchina).
Si delinea una sensibilità per i piedi femminili fortemente espressa. Quest’ultima canzone, sia pure per negazione – la donna si lamenta di non avere mai incontrato chi si prendesse cura delle sue estremità – è una sintesi di due temi molto caldi e sentiti.
Da una parte l’intimità dei piedi, accesso privilegiato al mondo femminile: in Happy feet l’amante sa che dopo una mostra, una presentazione, una lettura… alla fine la donna chiamerà lui perché sa dedicarsi ai suoi piedi, “schiavo d’amore”.
Dall’altra c’è l’esaltazione dei piedi fatta da chi ama i balli vorticosi del jazz… per una ballerina i piedi sono lo strumento e l’espressione della sua arte ammaliatrice. Per questo Ho ballato di tutto, in quei cinque versi, esprime una sintesi meravigliosa e poetica: una ballerina stanca desidera qualcuno che si prenda cura amorevolmente dei suoi tesori, intimo segreto del suo fascino e della sua arte.
Musica per i vostri piedi, madame è il sottotitolo di Happy feet: una vera dicharazione di intenti per la poetica musicale di Paolo Conte.
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Ai piedi di Marilyn… Billy Wilder

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Mai film fu più scisso e sapientemente stonato di Quando la moglie è in vacanza. Il distributore italiano ne aumentò ancora la distonia, perché originalmente il titolo suonava The Seven Year Itch (1955, rergia di Billy Wilder) ed ammiccava esplicitamente alla tematica “morale” svolta dal racconto: le tentazioni del tradimento che minacciano l’integrità di un marito abitudinariamente integerrimo. Tuttavia il matrimonio inizia a invecchiare e la moglie se ne va in villeggiatura, lasciando l’uomo solo in un’afosa e stranita Manhattan. Il titolo italiano portava facilmente alla conclusione attesa: quando la moglie va in vacanza il marito se la fa con la vicina bionda. Questa almeno sarà la conclusione di un bellissimo episodio della serie tv Mad Man (Vacanze romane, terza stagione) che nella fame di citazionismo vintage sembra far riferimento esplicito al capolavoro immortale di Wilder – Pete, collega sottoposto di Don Draper, passa da solo l’agosto del 1963 a New York, tradendo la moglie con una ragazza alla pari dei vicini.

L’eroe di The Seven Yer Itch (Tom Ewell) scopre di avere un appartamento comunicante con quello abitato da Marilyn Monroe innamoratissima di lui, in cui vede l’uomo timido e impacciato, dolce e gentile, che ha sempre la meglio sui bulli. Quando la moglie è in vacanza è l’icona assoluta della commedia americana di quegli anni, impareggiabile per sensualità e trasgressione compresse. La malizia aristocratica di Wilder la fa padrona e quest’opera lo consacra come maestro impareggiabile del doppio senso, dove il senso “cattivo” sta tutto nell’occhio e nell’immaginazione dello spettatore. La storia infatti, quella esplicita, è la più finemente bacchettona che si possa immaginare: il marito ha una bionda mozzafiato che gli si infila in casa, beve con lui lo champagne assaggiando patitine fritte, lo bacia, fa una doccia nel suo bagno, gli confessa di essere pazza di lui… e lui si serve di tutto ciò per ricostruire la propria immagine di uomo. Scopriamo così che le sue fantasticherie esogamiche sono nutrite dalla frustrazione di sentirsi non desiderato – non desiderato dalla moglie! – e la possibilità reale del tradimento non farà altro che rinforzare il suo matrimonio, perché egli desidera sua moglie e le vuole essere fedele per scelta e non perché non si danno altre possibilità. Insomma, finisce che Tom Ewell con una pagoda in mano abbandona Marilyn Monroe in accappatoio per raggiungere di corsa la famigliuola…

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Il piedino di Marilyn Monroe – da ricordare le sue scarpe nella mostra del Museo Ferragamo – è il sensuale protagonista di tutto il film.

All’inizio dell’incontro Marilyn racconta che mentre si stava facendo il bagno per fermare le gocce che scendevano ha infilato l’alluce nel rubinetto incastrandolo senza vie d’uscita. Così chiama un idraulico che data la situazione non nega il pronto intervento anche se è notte. Che vergogna, dice lei, una situazione davvero imbarazzante quella di accogliere un uomo senza lo smalto sulle unghie dei piedi! La scena viene anche immaginata dal protagonista successivamente e quindi deliziosamente realizzata per lo spettatore.

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Dopo che sono andati al cinema c’è la famosa scena delle correnti d’aria che alzano la gonna di Marilyn e naturalmente l’inquadratura è tutta dedicata alle estremità. Poi tornano nella casa di lui e lei si toglie le scarpe posando i piedini su un tavolo, magnifici. Gli stessi piedini, da soli, saranno inquadrati nel tentativo di raccogliere una scarpa, perché Marilyn si nasconde, rannicchiata in una poltrona, da un invadente italoamericano incaricato dalla moglie di Tom Ewell di prendere i tappeti per pulirli.

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Non ci sono parole, commenti che possano esprimere la potenza creativa e le circostanze che hanno realizzato immagini come questa qui sopra: la divina Marilyn in una vasca e l’alluce incastrato… Solo il culto per queste icone, un culto immortale, può esprimere la devozione e la gratitudine che sono dovute.

 

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