“Il giardino delle parole” o l’eterna adolescenza dei piedi

Con Il giardino delle parole (2013) Makoto Shinkai ci ha regalato un’animazione pregevolissima per diversi aspetti, a cominciare da una perfezione del disegno estesa ai minimi particolari e spesa non per gusto del virtuosismo, ma per esprimere un sentimento della natura degno del miglior Miyazaki. Il contenuto tuttavia non è di meno e in questo film l’artista giapponese riesce a sviluppare una storia molto coinvolgente, per quanto difficile e addirittura “torbida”. Coinvolgente credo per tutti e ancora di più però per chi ha una sensibilità feticista. I piedi femminili sono infatti i grandi protagonisti del film, pur non essendo una storia sulla loro ossessione. Le estremità diventano simbolo di un modo di essere, di una delicatezza, di una fragilità che ha a che fare con l’incertezza dell’adolescenza, di un’adolescenza da affrontare o che non passa mai, in fondo. E le scarpe  sono quella protezione che deve farsi, come una corazza gentile, perché possa nascere il desiderio di “camminare sempre”.

Scena de "Il giardino delle parole"
“Il giardino delle parole”

Il personaggio principale, Takao, è un quindicenne anomalo, lasciato a se stesso, che un po’ frequenta e un po’ salta la scuola, per dedicarsi uno spazio tutto suo di sogno. La sua ambizione è diventare un artigiano capace di creare scarpe  – per piedi femminili, of course… – e in un delizioso giardino finalmente incontra la sua musa. Una donna (ma molto ragazza) di 27 anni con cui, ogni volta che piove, inizia a lasciarsi andare e a confidare i propri sogni. Lei, Yukari Yukino, lo incoraggia al suo particolare sogno artistico disinvoltamente, offrendo i suoi piedini… finché un giorno Takao scopre che Yukari è un’insegnante della sua stessa scuola, sospesasi dopo che si sono diffuse voci (false, oppure no, comunque non del tutto infondante, forse solo esagerate malignamente) che riguarderebbero un suo particolare legame con uno studente…

"Il giardino delle parole"
“Il giardino delle parole”

Una scena finale, di grandissimo impatto emotivo e meravigliosamente intensa, pone i due di fronte senza riserve e protezioni. Lo spettatore non è portato a pensare un happy end, alla realizzazione di una storia d’amore impossibile. L’insegnante non ha fatto altro che confessare il proprio disagio, la propria adolescenza, a un altro adolescente e confessa che egli le è stato necessario, come ragione di vita, per andare avanti e affrontare quel tremendo periodo di sospensione. Facile pensare che non si incontreranno più, ma ecco riconosciuta la sacralità di quei momenti. E sono i piedi di Yukari Yukino il simbolo di tutto ciò, che ora, nella scena finale, si mostrano, più che mai, nudi, bagnati, indifesi, eternamente adolescenti.
Non esagero dicendo che sia la più bella storia, mai vista o letta,  raccontata con una sensibilità feticista.

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