I piedi cinesi

A Ramona, dolci piedi liberi

 

A differenza dei tanti articoli sul feticismo dei piedi che non mancano mai di menzionare l’usanza dei cinesi di fasciare le estremità delle donne fino a – per i nostri occhi occidentali, almeno – un’inquietante malformazione, ho sempre ritenuto che questo fenomeno poco o nulla avesse a che fare con la passione foot fetish. Mi sembrava infatti, più che una filia, una vera e propria fobia, un’ossessione per il portamento femminile che da questa “ortopedia” consegue e una mania a farli sparire, anziché ammirarli e amarli. E invece la lettura de L’erotismo dei piedi cinesi di Howard S. Levy (edito per la prima volta da Sugar Editore, Milano 1970; riedito da Iduna, Milano 2018) mi costringe a ricredermi pesantemente. Andando al sodo, ecco un’osservazione dalla quale si evince l’amore di quei cinesi tradizionalisti per la forma dei piedi così dolorosamente corretti:

Ma era il piede in se stesso che esercitava un grande fascino. Il piede costituiva il preambolo indispensabile all’atto sessuale e la sua manipolazione eccitava e stimolava oltre ogni dire. L’occhio gioiva alla vista dei graziosi passettini, che provocavano un gentile dimenar di natiche; il frusciare dei passi esaltava l’orecchio, mentre il naso s’inebriava all’odore che i piedi profumati emanavano e, successivamente, si beava della fragranza della pelle nuda. I modi di prendere il piede con le mani erano numerosi e vari; assorto ormai in estasi, l’amante portava il piede alla bocca. Il dolce diletto si esprimeva in baci, succhiotti e nell’introdurre il piede in bocca fino a riempirla completamente; oppure lo si morsicchiava letteralmente. Lo si succhiava vigorosamente e lo si stringeva quasi con venerazione contro le guance, il petto, le ginocchia e gli organi virili. L’amante leccava volentieri i piedi dell’amata, ne tagliava le unghie senza esitazione alcuna e mangiava persino i semi di cocomero e le mandorle poste tra le dita dei piedi di lei (p. 27)b.

Ecco descritta una vera e propria escalation di adorazione la cui passionalità ognuno dei foot fetish moderni e occidentali conosce benissimo. Deduco quindi di essere stato vittima di un pregiudizio culturale in virtù del quale ritenevo la forma dei piedi fasciati oggettivamente e universalmente brutta. Ma finché questa tradizione ormai superata (pesantemente criticata da viaggiatori, missionari, uomini di commercio e industria europei, e poi dalle nuove generazioni) ha avuto i suoi seguaci, quei piedini erano segno di distinzione e venerati alla follia.
La fonte di questo passo appena citato di H.S. Levy è il sociologo e studioso dei costumi cinesi Nagao Ryuzo, che nel 1961 a Tokyo rilasciò un’intervista all’autore del libro.
Nel capitolo V si riporta la Cronaca segreta della voluttà del loto (“loto”, “petali di loto”, denomina le preziose estremità femminili coltivate tramite l’esercizio della fasciatura) di un anonimo scrittore che si firma “Conoscitore del loto”. Egli descrive “dettagliatamente diciotto maniere diverse di manipolare il piede durante il rapporto sessuale” (p. 135). Da quest’opera citiamo ancora un passo smisuratamente poetico:

La pia buddista a petali di loto. In camera da letto essi bevono: il vino è verde, la luce rossa. Ella diventa euforica e cade in uno stato di ebbrezza. L’uomo è seduto a busto eretto, con i pantaloni leggermente allentati, mentre la donna si leva la cintura di seta. Ella gli si siede in grembo, le gambe incrociate come una devota buddista e i petali di loto piegati all’insù. Egli le stringe i piedi con tutte e due le mani; la donna si agita, ubriaca, come collina di giada che sta per franare. Ha le mani giunte quasi stesse pregando, gli occhi chiusi e freme sommessamente mentre le vengono accarezzati i piccoli piedi. Il profondo turbamento dell’uomo sale direttamente fino a lei. Non oso chiedermi se tanta ebbrezza sia propria del regno magico degli immortali o di Budda (pp. 137-138).

E tuttavia, questa intensa erotizzazione è stata probabilmente un fenomeno secondario scaturito da ciò che ebbe per origini altre motivazioni. Il libro riporta diverse spiegazioni fornite dai cinesi in merito alla pratica della fasciatura dei piedi. Come sempre, non è necessario pensare che vi sia stata un’unica causa. Può essere che in origine i piedi venissero contenuti moderatamente da parte delle danzatrici di corte, già prima del XII secolo a.C. L’esigenza di muoversi atleticamente faceva sì che il rimpicciolimento delle estremità non potesse essere che lieve. La ripresa di questa pratica, estesa alle dame di corte e poi a ogni donna che volesse distinguersi, avvenne successivamente a seguito di una tendenza moralizzatrice che voleva limitare una maggiore emancipazione femminile precedente. La fasciatura fino a rendere i piedi inutilizzabili separava il sesso femminile da quello maschile e relegava mogli e figlie inevitabilmente a casa, ben controllate.

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