L’alluce di Georges Bataille

anjelica3-feet-2149389L’alluce è la parte più umana del corpo umano, nel senso che nessun altro elemento di questo corpo è così differenziato dall’elemento corrispondente della scimmia antropoide (scimpanzé, gorilla, orangutango o gibbonet). Questo deriva dal fatto che la scimmia è arboricola, men­tre l’uomo si sposta sulla terra senza aggrapparsi ai rami, essendo diventato lui stesso un albero, cioè elevandosi dritto nell’aria come un albero, e tanto più bello se la sua erezione è corretta. Così la funzione del piede umano consiste nel dare una base ferma a questa erezione di cui l’uomo è tanto fiero (l’alluce, cessando di essere utile alla prensione eventuale dei rami, si adatta al suolo sullo stesso piano delle altre dita).

Ma qualunque sia il ruolo svolto nell’erezione dal piede, l’uomo, che ha la testa leggera, cioè elevata verso il ciclo e le cose del cielo, lo guarda come uno sputo col pretesto che egli ha questo piede nel fango.

Benché all’interno del corpo il sangue scorra in ugua­le quantità dall’alto in basso e dal basso in alto, il favore va a ciò che si eleva e la vita umana è erroneamente considerata come una elevazione. La divisione dell’universo in inferno sotterraneo e in cielo perfettamente puro è una concezione indelebile, il fango e le tenebre essendo i principi del male come la luce e lo spazio celeste sono i principi del bene: i piedi nel fango ma la testa quasi nella luce, gli uomini immaginano ostina­tamente un flusso che li eleverebbe senza ritorno nello spazio puro. La vita umana comporta infatti la rabbia di vedere che si tratta di un movimento di va e vieni dall’immondo all’ideale, e dall’ideale all’immondo, rab­bia che è facile scaricare su un organo così basso come un piede.

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Il piede umano è comunemente sottomesso a sup­plizi grotteschi che lo rendono deforme e rachitico. E stupidamente destinato ai calli, ai duroni e agli occhi di pernice; e se si tiene conto degli usi che sono sola­mente in via di sparizione, alla sporcizia pile disgustosa: l’espressione paesana “avere le mani sporche come i piedi” che non è più valida oggi per tutta la comunità umana lo era ancora nel XVII secolo. Lo spavento segreto causato all’uomo dal suo piede è una delle spiegazioni della tendenza a dissimulare il più possibile la sua lunghezza e la sua forma. I talloni più o meno alti a seconda del sesso tolgono al piede una parte del suo carattere basso e piatto. Inoltre questa inquietudine si confonde frequente­mente con l’inquietudine sessuale, e ciò colpisce in par­ticolare nei Cinesi che, dopo aver atrofizzato i piedi delle donne, li collocano nel punto più lontano delle loro rimozioni. Il marito stesso non deve vedere i piedi nudi di sua moglie e, in generale, è scorretto e immorale guardare i piedi delle donne. I confessori cattolici, adat­tandosi a questa aberrazione, chiedono ai loro penitenti cinesi “se hanno guardato i piedi delle donne”. La medesima aberrazione si ritrova presso i Turchi (Turchi del Volga, Turchi dell’Asia centrale) che considerano come immorale mostrare i piedi nudi e si coricano persino con le calze.

Niente di simile può essere citato per l’Antichità clas­sica (a parte l’uso curioso delle altissime suole nelle tragedie). Le matrone romane più pudiche lasciavano vedere costantemente i loro alluci nudi. Per contro, il pudore del piede si à sviluppato eccessivamente nei tempi moderni e non è scomparso che nel XIX secolo. Salomon Reinach ha lungamente esposto questo sviluppo nell’articolo intitolato “Piedi pudichi”, insistendo sul ruolo della Spagna, dove i piedi delle donne sono stati oggetto dell’inquietudine più angosciosa e anche causa di delitti. Il semplice fatto di lasciar vedere il piede cal­zato oltre l’orlo della gonna era considerato indecente. In nessun caso era possibile toccare i piedi di una don­na, essendo questa licenza, salvo un’eccezione, più grave di qualsiasi altra. Beninteso, il piede della regina era l’oggetto della proibizione più terrificante. Cosi, secondo Mine d’Aulnov, il conte di Villamediana essendo inna­morato della regina Elisabetta pensò di appiccare un incendio per avere il piacere di portarla tra le sue braccia: tutta la casa che valeva centomila scudi bru­ciò quasi interamente, ma egli se ne trovò consolato allorquando approfittando di una occasione così favo­revole prese la sovrana tra le braccia e la portò per una piccola scala. Là le rubò alcuni favori e, cosa che fece molto scalpore in quel paese, le toccò anche il piede. Un paggetto lo vide, riportò la cosa al re e questi si vendica uccidendo il conte con un colpo di pistola…

E possibile vedere in queste ossessioni, come ha fatto Salomon Reinach, un raffinamento progressivo del pu­dore che ha potuto guadagnare a poco a poco il polpac­cio, la caviglia e il piede. Pur essendo in parte fondata, questa spiegazione non è però sufficiente se ci si vuol rendere conto dell’ilarità provocata comunemente dalla semplice immaginazione degli alluci. Il gioco delle ubbie e dei terrori, delle necessità e degli smarrimenti umani è in effetti tale che le dita delle mani significano le azioni abili e i caratteri fermi. Le dita dei piedi l’ebetu­dine e la bassa idiozia. Le vicissitudini degli organi, la pullulazione degli stomachi, delle laringi, dei cervelli traversando le specie animali e gli individui innumerevoli, trascinano l’immaginazione in flussi e riflussi che essa non segue volentieri, per odio di una frenesia ancora sensibile, ma penosamente, nelle palpitazioni sanguigne dei corpi. L’uomo immagina volentieri di essere simile al dio Nettuno, che maestosamente impone il silenzio ai propri flutti: e tuttavia i flutti rumoreggianti delle viscere si gonfiano e si scompigliano quasi incessante­mente, mettendo bruscamente fine alla sua dignità. Cieco, tranquillo tuttavia e sprezzante stranamente la sua oscura bassezza, un personaggio qualsiasi sul punto di evocare nella sua mente le grandezze della storia uma­na, per esempio quando il suo sguardo si posa su un monumento che testimonia la grandezza del suo paese, è fermato nel suo slancio da un atroce dolore all’alluce, perché il più nobile degli animali ha pur sempre dei calli ai piedi, cioè ha dei piedi e questi piedi conducono, indipendentemente da lui, una esistenza ignobile.

I calli ai piedi differiscono dai mal di testa e dai mal di denti per la bassezza, ed essi non sono ridicoli che in ragione di una ignominia, spiegabile con il fango in cui i piedi stanno. Siccome, per la sua attitudine fisica, la specie umana si allontana quanto più può dal fango terrestre, ma d’altra parte un riso spasmodico porta la sua gioia al culmine ogni volta che lo slancio più puro finisce steso nella melma con la sua arroganza, si ca­pisce come un alluce, sempre più o meno tarato e umi­liante sia analogo, psicologicamente, alla caduta brutale di un uomo, e quindi alla morte. L’aspetto orridamente cadaverico e nello stesso tempo prepotente e orgoglioso dell’alluce corrisponde a questa derisione e dà un’espres­sione acutissima al disordine del corpo umano, opera di una discordia violenta degli organi.

La forma dell’alluce tuttavia non è specificamente mostruosa: in ciò è differente da altre parti del corpo, per esempio dall’interno di una bocca spalancata. Solo delle deformazioni secondarie (ma comuni) hanno po­tuto dare alla sua ignominia un valore burlesco eccezio­nale. Ora è molto spesso opportuno rendere conto dei valori burleschi per mezzo di una estrema seduzione. Ma noi siamo portati a distinguere categoricamente due seduzioni radicalmente opposte (la confusione abituale tra le quali provoca i più assurdi malintesi di linguaggio). Benché ci sia in un alluce un elemento seducente, è evidente che non vale a soddisfare un’aspirazione elevata, per esempio il gusto perfettamente indelebile che, nella maggior parte dei casi, porta a preferire le forme ele­ganti e corrette. AI contrario, se si sceglie per esempio il caso del conte di Villamediana, si può affermare che il piacere che egli ebbe di toccare il piede della regina era in relazione diretta alla bruttezza e all’infezione rappresentate dalla bassezza del piede, praticamente dai piedi più deformi. Così, supponendo che il piede della regina sia stato perfettamente grazioso, è tuttavia ai piedi deformi e fangosi che esso doveva il suo fascino sacrilego. Una regina essendo a priori un essere più ideale, più etereo di qualsiasi altro, era umano fino allo strazio toccare di lei ciò che non differiva molto dal piede fumante di un soldataccio. La seduzione così su­bita si oppone radicalmente a quella causata dalla luce e dalla bellezza ideale: i due ordini di seduzione sono spesso confusi perché ci si agita continuamente dall’uno all’altro e, dato questo movimento di va e vieni, che abbia il suo termine in un senso o nell’altro, la seduzione è tanto più viva quanto il movimento è più brutale.

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Nel caso dell’alluce, il feticismo classico del piede spinto fino al leccamento delle dita indica categorica­mente che si tratta di bassa seduzione, e questo testi­monia di un valore burlesco che più o meno è sempre collegato ai piaceri riprovati da quegli uomini il cui spirito è puro e superficiale.

Il senso di quest’articolo sta in un’insistenza a met­tere in causa direttamente ed esplicitamente quello che seduce, senza tener conto della cucina poetica, che in definitiva non è che una deviazione (la maggior parte degli esseri umani sono naturalmente deboli e non pos­sono abbandonarsi ai loro istinti che nella penombra poetica). Un ritorno alla realtà non implica nessuna accettazione nuova, ma il riconoscere che si è sedotti bassamente, senza trasposizione e fino a urlare, spalan­cando gli occhi: spalancandoli così davanti a un alluce.

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