Non capivo le donne – un ricordo personale

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I miei primi piedi li ho leccati al cinema e lei si chiamava Erica (sì, con la ci, credo e non con la kappa), faceva l’infermiera e i nostri incontri li calibravamo sui suoi turni. Lì appresi che un’infermiera fa il turno la mattina, il giorno dopo il pomeriggio-sera, poi fa il turno di notte e il giorno dopo compensa dormendo, stando a casa e andando in giro in cerca di amore, se non è troppo presa dal lavoro e fa l’amore solo in ospedale. Erano i primi anni ‘0 e oramai gli anfibi non andavano per la maggiore ma lei ce li aveva, era grunge e basta. Toglierseli non era una cosa immediata, non sarebbe stato facile, pensavo mentre camminavo con lei. Ci scherzavamo da un po’. Giorni prima il nostro rapporto di amicizia aveva superato la soglia e per telefono ci stuzzicavamo a vicenda. Cosa ti farei… tutto ti farei, chiaro, ma io ti leccherei i piedi a fondo e per molto. Non me li hanno mai leccati i piedi. Ma come è possibile che non te li hanno mai leccati? Beh non essere così indignato, non è che piaccia a tutti farlo. Limoniamo alla grande aspettando la funivia che ci riporta a Bergamo bassa o forse la cabina mica la aspettavamo, non ci pensavamo proprio. Era ancora inverno ma c’era il sole, eccome se lo ricordo. Intorno dei vecchietti in gita o in giro e che bello farlo con loro, che bello se si indignano o se guardano invidiosi, che poi è sempre vero entrambe le cose. Io però avevo tralasciato il fatto che a vent’anni compiuti non avevo mai baciato una donna e quella si deduce facilmente che era la prima volta. I vecchietti non l’hanno capito e Erica nemmeno, perché  fianco a fianco le dico ora ti bacio e lei no, dai. E invece sì ti bacio, prima sulla fronte e sulle guance poi appena sfioro la bocca questa si spalanca e la lingua sa fare tutto lei lì. E’ così’ naturale, bello e semplice che era la prima volta ma è davvero anche la più bella. Come baci bene, mi dice. Facciamo ancora un giro bergamasco e a sera c’è il cinema in un multisala dei dintorni. Tanto lo sappiamo che siamo lì per limonare e appena cala il buio questo facciamo. Sei tu a farlo, Erica: ti togli le scarpe, mi guardi col sorriso e mi dici: me li massaggi? Io mica ancora le capivo bene le donne. Quando se li era tolti nemmeno avevo visto e ora avevo i suoi piedi con i calzini neri nelle mie mani. Li accarezzo ma non capisco le donne, quindi ci metto molti e molti minuti a prendere il coraggio di spogliarli. Lo smalto è nero e mi piace da morire. I piedi sono morbidi e come lei è un po’ in carne anche quelli sono carnosi. In filo in bocca l’alluce ammattito dal desiderio e sento che la pelle è dolce e morbida. Ciuccio e poi lecco tutto il piede e l’altro. Che fai? sei matto? qui? E vado avanti ma poi di nuovo: smettila, mi dice. E smetto, perché le donne non le capivo, non le capivo alla grande. Usciamo e in macchina mi limona lei questa volta, mi infila la mia mano nelle sue mutande e la tocco ed è bagnata zuppa e lo dico a lei, che mi guarda con gli occhi perfino lacrimosi, così, belli così, e mi fa: ma perché hai smesso di leccarmi i piedi? Già, perché, che ancora sogno di essere lì e continuare.

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